In Val Varatella si contavano all'incirca una trentina di fornaci. Questi edifici, altrettanto diffusi nell'entroterra di Loano, presentano moduli costruttivi molto somiglianti tra loro: il forno è ospitato in un corpo tronco-conico o cilindrico, interrato o addossato al pendio. Vi si accede da un portico al quale, talvolta, è collegata una stanza che fungeva da deposito e da ricovero per gli uomini che sorvegliavano la cottura. In queste zone l'abbondanza di materia prima permetteva di produrre anche per il commercio, oltreché per il fabbisogno locale, fatto che stimolò il perfezionamento dell'architettura delle fornaci. la scelta dei sito era condizionata dalla vicinanza della cava di pietra e dei boschi dove estrarre il legname necessario alla cottura. Al Praé di Balestrino per ogni cottura occorrevano circa cinque quintali di legna. Ogni cottura rendeva dagli otto ai dieci quintali di calce viva. La conservazione avveniva in fosse scavate in luoghi freschi e umidi, come le rive dei torrenti.
L’attività è documentata dall'inizio dei Settecento, ma raggiunse il suo culmine nel secolo scorso. La fornace dei Praé, che a fine Ottocento veniva utilizzata almeno un paio di volte l'anno, bruciò ancora nel dopoguerra, durante la costruzione della nuova parrocchiale di Balestrino; le altre avevano cessato di funzionare da tempo.
Il periodo d'oro dell'olivicoltura ligure, parte dal XVI secolo per concludersi a fine Ottocento.
La maggior parte degli antichi frantoi (in dialetto gumbi) funzionavano ad acqua. Gli edifici che li ospitavano s’incontrano lungo le mulattiere di fondovalle. Uno schema costruttivo ricorrente prevede costruzioni basse e allungate, con tetti curvi coperti a pianelle e volte a botte all'interno. La lavorazione si svolgeva su un solo piano, in pochi ampi ambienti comunicanti tra loro.
Più rari erano i gumbi "a sangue", con la macina trainata da un animale (un bue o un mulo). Si trovavano nei piccoli frantoi privati, ricavati talvolta negli scantinati dell'abitazione di famiglia. Qualche pittoresco esempio si è conservato nei centri storici di Ranzi e Toirano.
Spesso una medesima costruzione ospitava assieme frantoio e mulino da grano.
La produzione della carta si diffuse in queste valli in concomitanza con l'affermazione sui mercati delle manifatture di Voltri. A Verzi, dove aveva sede anche la "papelera" dei Doria, la produzione si prolungò fino al secolo scorso. A Toirano sorsero tre cartiere, allineate lungo il corso dei Varatella. Vennero costruite secondo uno schema architettonico ormai consolidato, articolato su tre piani. Nella cartiera risiedevano una ventina di persone, tra lavoranti, garzoni e familiari del maestro. Una precisa gerarchia inquadrava i lavoranti, pagati in base alla mansione svolta. Rigide norme tentavano di garantire la qualità della produzione e di evitare l’emigrazione dei cartai fuori dallo stato genovese. La tecnologia della cartiera rimase pressoché invariata per tre secoli, e ciò rese irreversibile la crisi del XIX secolo, aggravata dall'agguerrirsi della concorrenza francese. A metà Ottocento le cartiere toiranesi erano già state abbandonate o riconvertite in mulini.
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